La paura del nuovo
Nuove forme di organizzazione pastorale delle parrocchie
 
Saranno le unitá pastorali a salvare le Missioni cattoliche fra gli emigrati? Porre il problema in termini di salvezza fa capire che la situazione é sufficentemente drammatica e non puó essere elusa per motivi di comodo e neppure per paura. A questo convegno nazionale delle Missioni in Germania, alla Card. Schulte Haus di Bensberg, dal 23 al 27 aprile , sono mancati molti missionari e collaboratori laici. E forse é stata proprio la paura a fungere da cattiva consigliera e a impedire una partecipazione piena a un convegno che ha tentato di leggere e di programmare un pezzo i futuro.Nel momento culminante del convegno i presenti erano 85. In altre occasioni le presenze erano oltre cento. Paura dunque di vedere in faccia la realtá? La realtá non si puó evidentemente esorcizzare con la fuga da una problematica che investe la pastorale non soltanto nelle missioni fra gli emigrati, ma in quasi tutti i paesi dell'Europa occidentale. Si é detto e stradetto che il ricorso alle unitá pastorali é stato determinato dalla mancanza di clero. Le statistche e il trend negativo nelle file del clero giocano in favore di questo argomento. Ma ovviamente la decrescita drammatica dei presbiteri é dovuta ad altri piú complessi fattori che piú del clero hanno messo in crisi il modello parrocchiale e , oltre al numero del clero, hanno messo in discussione anche il ruolo del prete. Questo argomeno é stato appena accennato nell'introduzione dal delegato delle missioni in Germania, P. Gabriele Parolin ed é stato approfondito da altri relatori nel corso el convegno. Nella "civiltá della parrocchia", il prete era destinato a coprire tutte le esigenze del piccolo gregge racchiuso nei confini di un miniscolo territorio. La crescente mobilitá , iniziata giá con la rivoluzione industriale ha sconvolto gli equilibri demografici, ha creato innumerevoli urgenze di carattere trasversale e categoriale, l'anonimato delle metropoli e tanti altri fenomeni non piú controllabili dalla pastorale parrocchiale. Uno dei sintomi di questo cataclisma si sarebbe giá potuto leggere nella "Mission de France" con la quale, la diocesi di Parigi negli Anni `'50 aveva iniziato a rivoluzionare la pastorale,adattandola alla metropoli e alla nuova cifra sociologica, il "territorio". La globalizzazione che tende a cancellare le distanze , ha infine accelerato il processo di destruttrazione se non di destabilizzazione della "parrocchia. Ma visto cosí il problema, parrebbe dipendere soltanto da elementi strutturali. Mentre la Mission de France ha riportato alla ribalta un aspetto fondamentale della pastorale che é stato rivisitato dapprima dal Vaticano II e nei tempi piú recenti dalle intuizioni del Papa attuale: l'urgenza della rievangelizzazione dei Paesi classici della cristianitá. Nell'opera della "nuova evangelizzazione" acquista senso pieno la presenza strategica del laico e della donna nella chiesa e il radicale ridimensionamento del ruolo del prete. Il sacerdote non é piú in grado di coprire l'ampiezza dei territori, le istanze categoriali, le nuove emergenze. Potessero i desiderati strumenti dinamici delle ancora sognate unitá pastorali riportare il presbitero alla sua missione evangelizzatrice! In questo contesto che é estremamente piú difficile da decifrare in rapporto agli elementi accennati, si inserisce il discorso universale delle unitá pastorali e piú in particolare quello della ristrutturazione delle missioni per una risposta pastorale piú adeguata alla istanze delle comunitá all'estero. Giustamente ha osservato don Luca Bressan, nella sua relazione sulle unitá pastorali in Italia in base al modello dell'archidiocesi di Milano" che il termine "unitá pastorale" é stato usato per cogliere il nuovo che emerge,per sviluppare una organizzazione che viene ispirata dal basso e per "dare un nome al nuovo". La paura di questa novitá si supera semplicemente "abitandola". Abitare le unitá pastorali indica anche la volontá di rinnovare la pastorale parrocchiale. Alla fine, dopo tanti tentativi si potrá arrivare soltanto a una riforma della parrocchia che risponda meglio alle richieste del tempo. Né piú , né meno.PER I territori paralleli alla parrocchia che non vengono piú raggiunti dalla pastorale tradizionele, urgono degli strumenti dinamici per superare lo scollamento , per portare l'evangelizzazione fuori dalla cittadella parrocchiale, per evitare la nostra marginalizzazione. Le domande che derivano dai "territori" tipici delle missioni richiedono strumenti ancor piú dinamici come potrebbero essere le unitá pastorali. Ma per ragioni di giustizia e di autentica "comunione" con i fedeli delle minoranze etniche, le destrutturazioni non possono partire da pseudo motivazioni sociologiche( é ora che gli emigrati si "integrino") o da puri calcoli economici(non abbiamo piú soldi). E´interessante che proprio nell'universitá di Tübingen si stia ricercando di architettare un nuovo diritto universale che traduca in leggi l'esigenza di "comunione". Comunione che sta agli antipodi di eventuali forzature alla'assimilazione e alla omologazione dei ricettari pastorali. Le maggiori paure dei missionari in Germania derivano dai progetti delle "unitá pastorali" che si stanno elaborando nella diocesi di Stoccarda-Rotenburg, sul cui territorio ha sede l'universitá di Tübingen. Mons. Jürgen Adam, il Referent della stessa diocesi, ha delineato il nuovo piano pastorale della diocesi, sottolineando a piú riprese che le "Seelsorgeeinheiten" giá in esperimentazione, sono semplicemente comunitá che cercano nuove forme di collaborazione e non di piú. Ha precisato inoltre che le Missioni , anche quando erano piú fornite di sacerdoti, non sono mai riuscite a coprire tutti i bisogni pastorali dei territori.Oggi la pastorale della "Exul Familiae" é inadeguata, mentre la "Migratorum cura" assegna alle diocesi il compito di organizzare la pastorale migratoria, ma non solo in senso strutturale, perché anche le missioni etniche "appartengono alla comunione della diocesi". Un cenno questo che evoca le ricerche della universitá di Tübingen e fa ben sperare circa lo spirito con il quale devono essere portate avanti le riforme. La diversa configurazione delle missioni sará tenuta presente , in modo da garantire un servizio che renda piú agibile lo stesso ministero. La diocesi - ha ancora precisato Mons. Adam - non vuole procedere per precetti e imposizioni. Ogni aspetto delle riforme sará discusso, particolari situazioni dovranno essere risolte con grande flessibilitá e se "non sono cose di Dio , anche le unitá pastorali finiranno come sono iniziate". Mons. Barbier, della diocesi di Metz, molto vicino alle missioni italiane, ha incoraggiato l'innovazione, meravigliandosi fra una parola e l'altra, che in Germania non ci sia stata fin dagli inizi quella capacitá di collaborazione che in Francia veniva tradotta nel "lavoro in equipe", su ispirazione della Mission de France. Anche i referenti della diocesi di Limburg Heukämper e della diocesi di Speyer, il parroco Karl Hundemar, il prelato Heiner Koch della diocesi di Colonia,hanno relazionato sugli esperimenti in materia di unitá pastorali, ampliando cosí il ventaglio delle sperimentazioni e smontando,nel confronto, progetti di riforma troppo rigidi o supposti tali. La diocesi di Speyer per es ha concepito le sue unitá pastorali , moltiplicando le attivitá pastorali categoriali, al contrario dellla diocesi di Stoccarda che privilegia le collaborazioni a tutto campo.Il Vecovo ausiliare di Colonia, Mons. Norbert Trelle ha accentuato la necessitá di lavorare insieme, comunitá locali e missioni. Oggi, nel tempo della globalizzazione non puó esistere una "Ungebunde Seelsorge". Da parte delle missioni di Svizzera , don Locatelli per incarico del delegato don Spadaccini ha riferito sui sistemi di collaborazione con la chiesa in elvetica. "Noi siamo giá dentro", ha plasticamente definito il tipo di collaborazione giá messa in atto fra realtá diocesane e missionarie." O si lavora con gli altri della stessa chiesa, o non si é chiesa". Corrado Mosna